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domenica 31 gennaio 2010

Rapporto sul lavoro e sulla macroeconomia nella regione Puglia

RAPPORTO SUL MERCATO DEL LAVORO E SULLA MACROECONOMIA DELLA REGIONE PUGLIA

LAVORO

Presentiamo i dati riguardo la situazione dell' occupazione nella regione Puglia. Nel 2008 il tasso di disoccupazione regionale è stato dell'11,6% con una media nazionale del 6,7% e una media del mezzogiorno del 12% (Fonte Istat). Presentiamo per completezza i dati sull'occupazione nella regione Puglia fra il 1999 ed il 2008 (Fonte Istat):

1999: 18,1% - 2000: 16,3% - 2001: 14,1% - 2002: 13,5% - 2003: 15% - 2004: 15,5%
2005: 14,6% - 2006: 12,8% - 2007: 11,2% - 2008: 11,6%

Il tasso di occupazione in Puglia nel 2008 è pari al 46,7%, quart'ultima in Italia, contro una media nazionale del 58,7%. Un dato importante possiamo notarlo nel tasso di disoccupazione giovanile (15-24 anni) che ha visto la Puglia migliorare la situazione complessiva, pur avendo un tasso relativamente alto di giovani disoccupati rispetto alla media nazionale: nel 2008 il tasso di disoccupazione giovani è del 31,6%, media nazionale 21,3%, media mezzogiorno 33,6%. Anche in questo caso è utile osservare l'evoluzione del tasso sopramenzionato negli ultimi anni (Fonte istat):

1999: 40,2% - 2000: 38,4% - 2001: 31,9% - 2002: 31% - 2003: 35,4% - 2004: 35,4%
2005: 35,4% - 2006: 32,2% - 2007: 31,8% - 2008: 31,6%

Passiamo ora a presentare qualche dato sull' economia sommersa nella regione Puglia. Nel 2007 le unità irregolari in Puglia sono pari al 16,7% del totale delle unità di lavoro. Un dato leggermente più elevato rispetto alla media nazionale (11,7%) e inferiore a quella del mezzogiorno 18,2%. Vediamo l'andamento della situazione presentata negli ultimi anni (Fonte Istati):

2001: 18,8% - 2002: 18,2% - 2003: 16,9% - 2004: 15,5%
2005: 16,6% - 2006: 17,2% - 2007: 16,7%

MACROECONOMIA

La regione Puglia presenta una riduzione del Pil pro capite nel 2008 pari a -0,3% con una media nazionale del -1,8%, del mezzogiorno del -1,6%. E' un dato molto interessante in quanto il pil pro capite nelle regioni settentrionali si è ridotto del -2%. Vediamo l'andamento del pil pro capite in Puglia negli ultimi anni (fonte istat):

2000: 3,3% - 2001: 1,4% - 2002: -0,4% - 2003: -1,4% - 2004: 0,6% - 2005: -0,4% - 2006: 2,5% - 2007: 0,0% - 2008: -0,3%

Interessante è anche osservare la composizione della domanda aggregata interna della regione Puglia: nel 2007 i consumi finali effettivi interni hanno rappresentato il 97% del Pil (media nazionale 79,5%, mezzogiorno 98,6%, centro-nord 73,6%) e gli investimenti fissi lordi il 21,6% del Pil (media nazionale 21,2%, mezzogiorno 22,7%, centro-nord 20,8%). La propensione a consumare è sensibilmente più elevata nelle regioni meridionali rispetto alle regioni centro-settentrionali.

Il tasso di produttività del lavoro della Puglia, pari al 38% nel 2008 media nazionale 45,8%. Il tasso d'inflazione in Italia nel 2008 è stato del 3,3%, nella Puglia del 3,5%. Ecco i dati dell'inflazione negli ultimi anni in Puglia (Fonte Istat):

2000: 2,9% - 2001: 3,5% - 2002: 3% - 2003: 2,8% - 2004: 2,1% - 2005: 1,8% - 2006: 2,1% - 2007: 2,3% - 2008: 3,5%

Un dato molto preoccupante per la regione Puglia è quello riguardo il credito bancario nel 2008. Il tasso di decadimento dei finanziamenti per cassa del settore produttivo per la Puglia è del 2,31%, con una media nazionale dell'1,62%. Si evince che le banche reputano rischioso concedere prestiti a imprese pugliesi ed in generale a quelle meridionali. Infine la Puglia partecipa alle esportazioni per un livello pari all'1,8% sul livello totale nazionale. (Fonte istat).

Nota bene:

Nei prossimi giorni completerò il lavoro sulla regione Puglia presentando la situazione complessiva della regione analizzando anche gli altri indici generali (sanità,turismo,cultura,ambiente,istruzione,ect). Proseguirò con altre regioni dell'Italia che reputo interessanti, per cercare di presentare un quadro generale della situazione della regione in questione cercando di fornire degli elementi validi per giudicare la giunta di governo e farsi una idea del voto nelle prossime regionali 2010. Spero di fare un lavoro gradito! Saluti, Andrea

mercoledì 20 gennaio 2010

La fine delle chiacchiere di Obama

Pubblico un articolo che ha scritto Paul Krugman, economista liberal premio nobel per l'economia 2008, pubblicato dalla Repubblica il 20 gennaio 2010 ed il secondo . Ieri il presidente Obama ha subito una grande sconfitta in Massachusetts, dove i repubblicani hanno strappato il seggio che per 60 anni è stato roccaforte dei democratici e dei Kennedy con una vittora pari al 52%. E' la terza sconfitta consecutiva (New Jersey e Virginia) che i democratici subiscono da quando Mr. Obama è presidente degli Stati Uniti. Obama perde consensi, secondo il Washington Post il 15% dei consensi in un anno. Non sta a me o a voi giudicare ma è risaputo che gli americani non vogliono la riforma sanitaria di Obama, non vogliono farsi curare dallo Stato perchè temono la "socializzazione" della loro vita. Chi ha avuto modo di leggere il mio blog sa che non amo Obama. Diciamo la verità, ha avuto il premio nobel per la pace (per aver fatto cosa?) e continua a fare la guerra in Iraq, in Afghanistan, in Pakistan (è tutta sua quest'ultima) e chi più ne ha più ne metta sotto il silenzio imbarazzante dei pacifisti, che guarda un pò, sono rumorosi solo quando al governo ci sono i repubblicani!. Obama ha preso il nobel dalla pace solo perchè è nero, diciamo la verità. Obama mi sta antipatico, perchè sta sempre nelle televisioni a chiacchierare, a parlare, a dire fesserie. Obama è solo una star, un logo, una bufala. Con un immenso populismo annuncia misure (inutili e controproducenti) per "punire" le banche quando poi si scopre che Obama è stato il candidato più finanziato alle elezioni politiche da Wall Street, si scopre che G.Soros, il capitalista miliardario senza morale che ha fatto miliardi con il crack del 1997 dell'Oriente, ha finanziato Mr. Obama, insieme a Brzezinski, a Murdoc lo squalo, e tanti altri. Io non sopporto i falsi moralisti, categoria rappresentato da Obama che è il classico tipo incoerente, che appare come il democratico sorridente amico del popolo, ed in realtà nei fatti è tutto il contrario. Gli americani hanno fatto bene a votarlo secondo me, perchè la presidenza Bush è stata fallimentare e ora fanno altrettanto bene a mandarlo a casa, perchè lui non è adatto a governare il Paese. Grazie a Dio, gli americani hanno una bella mentalità antistatalista e per il mercato, hanno una grande cultura, quella del merito e dei fatti, non delle chiacchiere. Ma veniamo a ciò che ha scritto Krugman:


Da "LA REPUBBLICA" di mercoledì 20 gennaio 2010
CARO OBAMA IMPARA DA REAGAN PAUL KRUGMAN

NEGLI ultimi tempi molta gente ha iniziato ad analizzare la strategia politica dell`Amministrazione Obama. L'opinione comunemente condivisa è che il presidente Barack Obama abbia cercato di fare troppe cose, e in particolare che avrebbe dovuto accantonare la riforma del servizio sanitario per concentrarsi sull`economia.
Non sono d`accordo. I problemi dell`amministrazione Obama non sono riconducibili a un eccesso di ambizione, ma a errori politici veri e propri e a errori di valutazione della politica. Gli incentivi all`economia, il cosiddetto "stimolo", erano troppo esigui; la politica adottata nei confronti delle banche non è stata sufficientemente dura; e infine Obama non ha fatto ciò che fece Ronald Reagan all`inizio del suo mandato, ovvero mettersi al riparo da ogni critica spiegando e ricordando che la colpa di ciò che non andava era delle precedenti amministrazioni.
Per quanto riguarda lo stimolo: di sicuro ha giovato. Senza di esso la disoccupazione sarebbe stata molto più elevata di quanto non sia. Ma il programma dell`amministrazione indubbiamente non è stato sufficientemente grande per creare posti di lavoro nel 2009.
Perché dunque il piano di stimoli è stato così poco consistente? Alcuni economisti (incluso il sottoscritto) avevano esortato a varare un piano considerevolmente più sostanzioso di quello che l`Amministrazione ha finito col proporre. Secondo Ryan Lizza del New Yorker, tuttavia, nel dicembre 2008 i più intimi e illustri consiglieri economici e politici di Obama avevano concluso che un piano diincentivi più grande non fosse né economicamente né necessariamente fattibile.
La loro analisi politica può essere corretta, ma può essere anche sbagliata; indubbiamente, in ogni caso quella riguardante l`economia non lo è stata. A prescindere dalle ragioni che hanno condotto a questo errore di valutazione, tuttavia, non si è trattato di una mancanza di concentrazione sul problema: alla fine del 2008 e all`inizio del 2009 l`Amministrazione Obama si è occupata di ben altro. L`amministrazione, insomma, non era distratta: era semplicemente in torto.
Lo stesso vale per la politica adottata nei confronti delle banche.
Alcuni economisti difendono la decisione dell`Amministrazione di non scegliere una linea più dura con le banche, sostenendo che esse stanno recuperando pian piano e stanno tornando a una certa buona situazione finanziaria. Il fatto è però che l`approccio della linea morbida nei confronti del settore finanziario ha ulteriormente arroccato quelle stesse istituzioni che avevano provocato la crisi, pur non riuscendo a rimettere in moto i prestiti: le banche salvate in extremis stanno riducendo e non aumentando i bilanci dei prestiti.
Questo ha comportato conseguenze a dir poco disastrose dal punto di vista politico: l`Amministrazione si è messa dalla parte del torto rispetto alla collera della popolazione per i salvataggi in extremis e i megabonus ai dirigenti.
Infine, veniamo all`ultimo aspetto: è istruttivo mettere a confronto la posizione dialettica di Obama nei riguardi dell`economia rispetto a quella assunta da Ronald Reagan. Adesso non tutti lo ricorderanno, ma di fatto la disoccupazione aumentò fortemente dopo gli sgravi fiscali del 1981 voluti da Reagan. Egli, tuttavia, aveva sempre pronta la risposta giusta per chi lo criticava: il fatto che qualcosa stesse andando male dipendeva esclusivamente dalle politiche sbagliate del passato. Di fatto, Reagan trascorse i primi anni del suo mandato continuando a fare campagna elettorale contro Jimmy Carter.
Obama avrebbe potuto fare la stessa cosa e - secondo me - sarebbe stato estremamente più giusto. Avrebbe potuto sottolineare, e anche ripetutamente, che i problemi tuttora presenti che affliggono l`economia americana sono l`esito di una crisi finanziaria nata e sviluppatasi durante l`amministrazione Bush, che a sua volta è riconducibile almeno in parte al rifiuto da parte della medesima Amministrazione Bush di imporre normative più rigide alle banche.
Obama non ha fatto nulla del genere. Forse sta ancora sognando di poter ricomporre il grande divario tra i partiti; forse teme la collera dei sapientoni che considerano inelegante accusare i propri predecessori per i problemi che si hanno - quando si è democratici.
(Va bene, invece, se si è repubblicani). Quale che sia il motivo di ciò, Obama ha lasciato che l`opinione pubblica dimenticasse, con eccessiva rapidità, che i problemi economici non hanno avuto inizio sotto la sua presidenza.
Ma allora: come collocare in questo contesto le lamentele perla sua agenda eccessivamente fitta? L`Amministrazione avrebbe effettivamente potuto apportare una correzione in corso alla politica economica, se non fosse stata impegnata a combattere le battaglie per l`assistenza sanitaria? Probabilmente no. Uno dei capisaldi sui quali si reggeva la tesi di coloro che premevano per un piano di stimoli all`economia molto più consistente era che non ci sarebbe stata una seconda occasione:
se la disoccupazione fosse rimasta alta- così avevano messo in guardia-la gente avrebbe potuto concludere che il piano di stimoli non funzionava proprio; non che sarebbe stato necessario renderlo molto più consistente. E così è stato.
E altresì importante tenere bene a mente quanto stia a cuore alla base democratica l`importante riforma dell`assistenza sanitaria.
Alcuni attivisti sono rimasti delusi dai compromessi fatti per portare un disegno di legge al Senato - ma sarebbero rimasti enormemente più delusi qualora i democratici avessero semplicemente rinviato l`intera faccenda.
Fare politica dovrebbe voler dire qualcosa di più che vincere le elezioni. Anche se la riforma dell`assistenza sanitaria porterà a perdere qualche voto democratico (cosa del resto discutibile), è la cosa giusta da fare.
Che fare in seguito, però? A questo punto Obama probabilmente non potrà far molto per creare nuovi posti dilavoro. Potrà, in ogni caso, esercitare una grossa pressione per riformare il settore finanziario e cercare di rimettersi dalla parte giusta della barricata, rispetto a un`opinione pubblica adirata, presentando i repubblicani per quello che sono: nemici della riforma.
Nel frattempo, i democratici dovranno fare tutto ciò che è in loro potere fare per promulgare una legge sull`assistenza sanitaria.
Approvare tale legge non sarà la loro salvezza politica, ma di sicuro non farla approvare equivarrà per loro ad andare incontro a un funesto destino politico.


Copyright 2010 The New York Times Traduzione di Anna Bissan. RIPRODUZIONE RISERVATA CARO OBAMA IMPARA DA REAGAN

sabato 16 gennaio 2010

La truffa dell'inflazione: come lo Stato ruba i soldi ai cittadini

Ridurre le tasse significa ridurre il debito e le clientele

Pubblico un interessante articolo di Angelo Panebianco pubblicato oggi sul Corriere della Sera, e vi allego due tabelle interessanti che mostrano la percentuale della spesa e delle imposte sul Pil delle nazioni appartenenti all'area Ocse. In Italia la situazione è davvero incredibile. I dati sopramenzionati dimostrano la validità delle mie affermazioni fatte in post precedenti. Con riferimento al 2009, per finanziare una spesa del 51,7% del Pil (media ocse 44,8%, Usa 41,6%!!!) veniamo tassati per una percentuale pari al 46,4%! (media ocse 37,1%, Usa 31,3%!!!). Come già spiegato nel post riguardo la riforma fiscale, l'unica strategia possibile per ridurre il debito in Italia è proprio quella di ridurre le tasse per ridurre le spese. Un aumento delle tasse per ridurre il debito sarebbe una soluzione tragica per la nostra economia che potrebbe davvero provocare una crisi profonda nel sistema Italia. Aumentando le tasse il debito pubblico continuerà a crescere e raggiungerebbe livelli non sostenibili per l'obiettivo di una crescita positiva dell'economia. Passiamo ora all'articolo di A. Panebianco:

"LA RIVOLUZIONE MANCATA DEL PDL
Il paradosso delle tasse
In materia di tasse Silvio Berlusconi ha un grande merito e un altrettanto grande demerito. Il merito è che la questione della riduzione drastica delle tasse entrò nella agenda italiana grazie a lui. Ai tempi della Prima Repubblica il tema era tabù. La Lega di Bossi, è vero, ne aveva parlato prima ma, in quel caso, le tasse erano solo un elemento fra gli altri entro la cornice del rivendicazionismo identitario-territoriale. Il demerito di Berlusconi è di non avere dato seguito alla promessa. Sergio Rizzo ( Corriere, 11 gennaio) ha ricostruito in modo esauriente la storia degli annunci e delle promesse mancate. Per arrivare a oggi, quando nel giro di pochi giorni Berlusconi ha rilanciato il vecchio progetto delle due sole aliquote per poi subito accantonarlo.
L’occasione mancata risale al governo Berlusconi del 2001-2006. Si andò vicino al traguardo con la legge delega, predisposta da Giulio Tremonti, che introduceva le due aliquote. Poi i contrasti nella maggioranza bloccarono il progetto. Berlusconi non fu capace di imporre ai suoi alleati una riforma su cui si giocava l’identità politica sua e di Forza Italia. Perché ora dovremmo credere che la grande riforma fiscale si farà, se non venne fatta allora, in un’epoca di espansione economica internazionale?
Il paradosso delle tasse può essere così riassunto: la storia di un quindicennio mostra che Berlusconi è inaffidabile quando promette la riforma fiscale. Al tempo stesso, c’è la quasi certezza che se la riforma non verrà fatta da lui non verrà fatta da nessun altro. Non dal centrosinistra che sulle tasse ha ereditato gli atteggiamenti della classe politica della Prima Repubblica e che, per cultura, e per gli interessi della sua constituency elettorale, è ostile a riduzioni generalizzate della pressione fiscale. Ma nemmeno dal centrodestra, nel quale, tolta la componente di Forza Italia (e neppure tutta) del Pdl, sono presenti tanti politici che sulle tasse non hanno mai condiviso fino in fondo le idee (o i sogni?) di Berlusconi.
Certo, per ridurre le tasse occorre prima tagliare la spesa pubblica (campa cavallo). Oppure, come sostiene il «partito liberista» (da Antonio Martino a Oscar Giannino, ad Alberto Mingardi), occorre rovesciare le priorità: fare in modo che sia una drastica riduzione delle tasse a imporre la contrazione della spesa pubblica. Ci sono nodi tecnici da sciogliere, e conti da far quadrare, come il ministro Tremonti ricorda. Ma ci sono anche nodi politici. Ridurre le tasse significa destabilizzare clientele e corporazioni che vivono di spesa pubblica, colpire gli interessi cresciuti al riparo di un’alta fiscalità. E favorire cambiamenti di mentalità, fare accettare anche nelle aree del Paese che non ci credono l’idea che un livello troppo alto di tassazione sia un indicatore della scarsa libertà dei cittadini. Con lodi o biasimi, a seconda degli orientamenti, gli ultimi decenni verranno ricordati nei libri di storia come quelli della «era Berlusconi». Ma se Berlusconi non riuscirà a rivoluzionare il fisco, nemmeno il più benevolo degli storici vi aggiungerà mai la parola «liberale».


Angelo Panebianco

16 gennaio 2010©

RIPRODUZIONE RISERVATA"1.

1. Tratto da Panebianco A., Il Corriere della Sera, scaricato il 16 gennaio 2010 da http://www.corriere.it/editoriali/10_gennaio_16/il-paradosso-delle-tasse-editoriale-angelo-panebianco_71c08710-0267-11df-8bfd-00144f02aabe.shtml

Vi lascio infine per onore alla onestà intellettuale, con molta amarezza, con questo video, molto triste, che la dice lunga sull'articolo proposto:


giovedì 14 gennaio 2010

Auguri a Giulio Andreotti

"Lei ha sei mesi di vita", mi disse l'ufficiale sanitario alla visita di leva. Anni dopo lo cercai, volevo fargli sapere che ero sopravvissuto. Ma era morto lui. È andata sempre così: mi pronosticavano la fine, io sopravvivevo; sono morti loro."

Giulio Andreotti



Questo post sembra fesso, ma in realtà mi mette in difficoltà. Oggi il divo Giulio compie 91 anni, in splendida forma. Chiariamo subito, a me Andreotti sta simpatico. In questo post non voglio parlare dei suoi meriti o demeriti governativi, voglio semplicemente a mio modo fare gli auguri di buon compleanno a questo simpatico signore. Una volta durante una conferenza, lo scorso anno, ho avuto il piacere di incontrarlo, mi ha fatto un autografo sul libro di Massimo Franco riguardo la sua biografia. E' incredibile come Toni Servillo nel fim il Divo, imiti alla perfezione la stretta di mano di Andreotti. Molti potranno chiedersi, come fa uno che dice di credere nel mercato, nel liberismo, a stimare uno come Andreotti, che ha rappresentato la parte più rigida dei conservatori in Italia, dell'immobilismo del meglio tirare a campare che tirare le cuoia? E' questa la difficoltà del post, ma non voglio per questo eludere la risposta. Per uno che la pensa come me, è dura rispondere, ma ci proverò. Andreotti non mi ha colpito per la sua politica, ci mancherebbe. Dico ci mancherebbe non perchè voglio mancare di rispetto a coloro che hanno condiviso le sue azioni governative, ma soltanto perchè è abbastanza chiaro che c'è una incompatibilità di fondo fra le ideologie di una persona pro market/anti stato e frA le ideologie di una persona che ha rappresentato lo stato per 50 anni. E' anche chiaro che Andreotti non è un mio idolo, come lo sono Reagan e la Thatcher, ma è semplicemente una persona che mi è simpatica, che stimo. Di Andreotti mi ha colpito la sua grande ironia, la sua calma, il suo modo di fare. Di Andreotti mi ha colpito la sua semplicità, la sua diciamo diversità dai politici dei suoi tempi, la sua tenacia. Quello che mi ha stupito di questa persona è la sua grande passione per la politica e soprattutto la sua sicurezza nel prendere decisioni, che spesso non ho condiviso. Certo, c'è da dire che la situazione italiana qualche annetto fa era molto più complessa, da una parte la Democrazia Cristiana, con i suoi pregi e con i suoi difetti e dall'altra il Partito Comunista che prendeva i finanziamenti da Stalin. La situazione era particolarmente complessa e il fatto che la Democrazia Cristiana doveva comunque sempre stare al potere (gli americani non avrebbero mai permesso ai comunisti di salire al potere) ha danneggiato anche la Democrazia Cristiana stessa. Non voglio eludere neanche ciò che io, liberista, penso circa la Dc. Io credo che la Democrazia Cristiana abbia fatto grandi cose: se siamo uno dei più grandi Paesi al mondo, certamente al 90% è merito di chi ci ha governato dal 1950 ad oggi, ovvero per il 90% la Dc. Io penso che la Democrazia Cristiana, e molti dei suoi rappresentanti, sono stati logorati dal potere, logorati perchè la mancanza di concorrenza fa danni, l'ho spiegato più volte nei post precedenti. E la colpa è stata per la maggior parte del Partito Comunista, della mancanza di una alternativa democratica in Italia, dal 1950 al 1990 {o fino al 1998?!:-) } Suvvia, si scherza..diciamo 1990..siamo buoni...! Ricordo anche che Andreotti era odiato dalla Thatcher, che lo accusava di non avere ideali. Non voglio neanche evitare la questione giudiziaria, anche qui però, le cose erano molto complesse. Bisogna conoscere bene il contesto di una situazione, prima di emettere un giudizio valido, e io non sono in grado di dire nulla di sensato a riguardo. Io posso solo dire che Andreotti è stato un politico con la P maiuscola, un signore della politica, e che tutto quello che ha fatto non lo faceva a caso. Non condivido le sue "ideologie", il suo immobilismo e tante altre scelte che ha fatto, ma comprendo che la situazione era diversa e più complessa. Caro Giulio, io sto con la Thatcher, ma ti rispetto molto. Auguri allora, caro Belzebù.

mercoledì 13 gennaio 2010

Berlusconi è poco coraggioso sulla questione fiscale

Non sono un elettore dell'Italia dei Valori ne un affezionato di Di Pietro. Ma ieri sera a Ballarò l'ex pm mi ha fatto riflettere su un concetto che ha espresso. Lasciamo perdere le proposte in merito che ha fatto, voglio parlare del concetto che ha espresso riguardo la riforma fiscale che il governo aveva preso l'impegno di attuare, ma che Silvio Berlusconi ha appena smentito in conferenza stampa. Di Pietro ieri sera a Ballarò ha detto che probabilmente non avrebbe votato la riforma fiscale, ma ha anche sfidato il governo a presentarla questa riforma..e su questa sfida io concordo totalmente. Il governo presenti la riforma, poi l'opposizione faccia quel che vuole. Stamattina Berlusconi ha detto che non vuole fare la riforma fiscale delle due aliquote perchè sarebbe un problema per i conti pubblici. Non nascondo che sono un pò triste per questa sua scelta, triste perchè da un governo di centro destra mi aspetto le riforme, triste perchè con la scusa dei conti pubblici, non si farà questa grande riforma che invece avrebbe rivoluzionato il Paese. Ma soprattutto sono stanco. Cosa volete da me, sono un nostalgico del neoliberismo. Voglio essere onesto, per come vedo io la vita, non è possibile che un Paese dove governa il centro destra abbia la pressione fiscale del 43%. Benissimo, abbiamo avuto la crisi, però signori, sapete bene che è proprio nei momenti di crisi che un governo deve essere lungimirante e fare scelte rivoluzionarie. La questione riguardo la salute dei conti pubblici non mi convince; andatevi a guardare giusto per curiosità, la pressione fiscale dagli anni 80 ad oggi ed il relativo debito pubblico italiano: nel 1980 la pressione fiscale in Italia era pari al 31,36% con un debito pubblico pari al 58-60% del Pil; nel 1994 la pressione fiscale in Italia è pari al 40,77% ma guardate un pò: il debito pubblico sale comunque, pari al 120,9% del Pil. Inutile dire che oggi con una pressione fiscale maggiore del 43%, il debito pubblico italiano continua a crescere oltre il 121% del Pil. Morale della favola, aumentano le tasse e nonostante ciò il debito continua a salire. La riforma delle due aliquote avrebbe provocato un gettito maggiore, soprattutto nel lungo periodo. Il problema è che la questione non deve essere vista solamente dal punto di vista contabile, ovvero alzo le tasse e a parità di spesa il debito si riduce. Falso, non è ragioneria, ma è una questione di economia. Prima di tutto, alzando le tasse, i contribuenti cercano di difendersi chiaramente e di mettere in campo delle strategie legali e non per sfuggire al fisco assassino spesso più per necessità che per cattiveria. In secondo luogo vi ho già "dimostrato" come aumentando la pressione fiscale dagli anni 80 in su, il debito pubblico non è affatto sceso. E' chiaro che lo Stato più entrate ha più tende a spendere e soprattutto tende a spendere più di quello che può spendere in quanto sa che tanto avrà maggiori entrate l'esercizio successivo. E' un fenomeno a catena, più tassi, più spendi, più cresce il debito. La riforma delle due aliquote sarebbe una grande rivoluzione che a lungo termine darebbe un grande aiuto all'economia del nostro Paese, speriamo che il governo cambi idea.

lunedì 11 gennaio 2010

La storia recente delle tasse in Italia: 1994-2010

Pubblico un articolo molto interessante di Sergio Rizzo, scritto sul Corriere della Sera dell'11 gennaio 2010 sulla storia delle tasse in Italia dal 1994 ad oggi. Nell'articolo il giornalista ricorda una serie di promesse (mai o parzialmente mantenute) sulla riduzione delle tasse, da parte della destra e della sinistra. Con l'augurio che Berlusconi possa farci sognare con le due aliquote, vi lascio all'articolo, buona lettura.
"ALIQUOTE E POLITICA
1994-2010, promesse tradite sulle tasse
Due decenni di amnesie, dal contratto con gli italiani agli stop dell’Ulivo

In Principio era l’aliquota unica. Succedeva nel 1994, quando Silvio Berlusconi si apprestava a vincere le prime elezioni politiche e il suo guru fiscale si chiamava Antonio Martino, economista liberal della scuola di Chicago. Che per la campagna elettorale tirò fuori l’asso nella manica; la flat tax. Ovvero, un’aliquota unica Irpef del 33% per tutti i contribuenti.
«Tutti pagheranno meno tasse e i poveri saranno esentati», spiegò al giornalista del Corriere Dino Vaiano. Giulio Tremonti, allora candidato dei pattisti, lo stroncò: «Miracolismo finanziario». Una volta arrivato al governo, Berlusconi spedì prontamente Tremonti (nel frattempo passato con Forza Italia) alle Finanze, Martino alla Farnesina e l’aliquota unica nel dimenticatoio. Poi le aliquote diventarono due: 23% e 33%. Berlusconi prese l’impegno solennemente in televisione davanti a Bruno Vespa, firmando il contratto con gli italiani. E il superministro dell’Economia Giulio Tremonti si mise d’impegno. Radioso, il Cavaliere annunciò, presentando la Finanziaria 2003: «La riduzione dell’Irpef partirà dal prossimo anno e riguarderà 28 milioni di italiani». In effetti il Parlamento approvò una legge delega che prevedeva non soltanto le due aliquote, ma pure (qualcuno oggi se lo ricorda?) la famosa «armonizzazione della tassazione delle rendite finanziarie». Ovvero: meno tasse sui depositi bancari, riducendo quell’indecentemente alto prelievo del 27% sugli interessi già inesistenti dei conti correnti, e aumentando quell’indecentemente bassa imposta del 12,5% sugli investimenti finanziari e le speculazioni di borsa. Ma come, proprio quella riforma che avrebbe voluto fare in seguito la sinistra radicale e contro cui il centrodestra invece alzò le barricate? Proprio quella. Inutile dire che il 3 maggio del 2005 la legge delega con le due aliquote e l ’«armonizzazione» delle imposte sulle rendite era scaduta senza essere applicata: il governo non aveva mai fatto i decreti legislativi per attuarla. E Tremonti ammetteva con onestà: «L’aumento della tassazione delle rendite finanziarie sarebbe un grave errore anche se ideologicamente condivisibile».
Nel frattempo le aliquote Irpef erano già diventate tre: 23%, 33%, 39%. Poi quattro: 23%, 33%, 39%, 43%. Pur riluttante, il successore di Tremonti, Domenico Siniscalco, sottoscrisse una riforma che i colonnelli del centrodestra, alle prese con sondaggi traballanti, giudicavano assolutamente necessaria per risalire nei consensi. L’Irpef fu rimodulata su quelle quattro aliquote e tagliata di circa 6 miliardi di euro. I contribuenti esultarono. Ma in compenso vennero investiti da una raffica di aumenti per i bolli e altre imposte marginali. Mentre Berlusconi insisteva: «L’anno prossimo aboliremo la quarta aliquota».
L’anno seguente, 2006, nel programma elettorale della Casa della libertà spuntò invece il quoziente familiare. «Un padre di famiglia pagherà il 30% in meno di tasse», s’infervorò il Cavaliere. Ma al governo tornarono Romano Prodi e Vincenzo Visco. Intanto tre professionisti di Bari avevano promosso una causa civile contro Berlusconi per non aver onorato il contratto con gli italiani. Risarcimento preteso: la differenza delle tasse pagate e quelle che avrebbero invece pagato se fossero state rispettate le promesse. Già, le promesse. Non c’è stato un governo che le abbia rispettate tutte fino in fondo. Prodi, per esempio, ha tagliato il cuneo fiscale alle imprese, come chiedeva la Confindustria di Luca Cordero di Montezemolo. Ma nella breve storia del suo ultimo esecutivo non c’è traccia di quel «grande e sostanziale calo delle imposte per i lavoratori con reddito medio basso e per le famiglie con i figli» che aveva trionfalmente presentato come imminente nella conferenza stampa di fine 2007. C’è invece, eccome, traccia di un inasprimento fiscale per i redditi meno bassi, attuato dopo che lo stesso Prodi aveva dichiarato: «Non si aumentano le imposte per diminuire il cuneo fiscale». I leader del centrodestra ringhiarono furiosamente contro quella manovra. Salvo lasciare, una volta tornati al governo, tutto esattamente com’era. Abolendo però come promesso, va riconosciuto, l’Ici sulla prima casa.
Qualcuno ha invece notizie del quoziente familiare (cioè un sistema fiscale basato sulla tassazione del reddito della famiglia diviso per i componenti del nucleo), di cui Berlusconi ogni tanto parla? «Introdurremo il quoziente familiare prendendo le risorse dall’evasione fiscale», ha promesso di nuovo il 16 marzo 2008. Venti giorni più tardi: «Porteremo l’aliquota massima al 33%, con le risorse che verranno dalla cura in profondità che attueremo per diminuire i costi dello Stato». Nell’attesa sono arrivati il terzo e il quarto scudo fiscale. Nonostante Berlusconi e Tremonti avessero proclamato prima delle ultime elezioni: «Basta con i condoni». E nonostante da dieci anni ormai sia stata dichiarata guerra all’Irap («Quella tassa farà una brutta fine», sparò il Cavaliere l’8 maggio del 2001 ancora a Porta a Porta), quella imposta sopravvive imperterrita.
Non resta, a questo punto, che sperare almeno nella cancellazione del bollo per l’auto, le moto e i motorini: l’ultima promessa che Berlusconi ha fatto in campagna elettorale. Incrociamo le dita.
Sergio Rizzo
11 gennaio 2010
© RIPRODUZIONE RISERVATA"1.

1. Tratto da Rizzo S., Il Corriere della Sera, scaricato l'11 gennaio 2010 da http://www.corriere.it/politica/10_gennaio_11/rizzo_466424de-fe7d-11de-a5d5-00144f02aabe.shtml

sabato 9 gennaio 2010

Se Berlusconi riduce le tasse la mia Italia vola

Pensando alla grandezza della mia Italia, alla forza degli italiani e alla bellezza delle nostre città non riuscirò mai ad accettare il declino della politica nel nostro Paese, non ce la farò mai. Non ce la faccio perchè noi siamo un grande Paese e un grande popolo. Io sono probabilmente una di quelle poche persone che credono moltissimo nell'Italia e nelle sue potenzialità. Amo il mio Paese e i miei fratelli italiani, da una parte amo la nostra storia, la nostra cultura, la nostra arte, dall'altra la nostra capacità di divertirci, di guardare con ottimismo alla vita, di essere in grado di inventarci le attività più strane, siamo i migliori al mondo nel campo del design e della moda, abbiamo la Ferrari, abbiamo il Riva, siamo i migliori al mondo nella costruzione di ferrovie, di treni, abbiamo le più belle località di mare, uniche al mondo, abbiamo una cucina favolosa, piatti tipici locali deliziosi, abbiamo le più belle località di montagna, le città d'arte, lo sport, il calcio. Abbiamo una capitale, Roma, che è la città più bella del mondo, solo a pronunciare il suo nome, Roma, tutti all'estero si incantano davanti alla sua grandezza. Come si fa a non credere in un Paese cosi? Caro Berlusconi, mi rivolgo a te in quanto Presidente del Consiglio. Oggi hai detto a Repubblica che abbasserai le tasse con due aliquote 23 e 33%. Io voglio crederti, voglio provare a darti fiducia. Non è la prima volta che lo dici e non ti nascondo che ho molti dubbi, ma voglio crederti. Voglio essere positivo e darti fiducia. Se veramente farai questa riforma, allora davvero sarai un grande. Se veramente affamerai la Bestia, allora per davvero avrai raggiunto la storia. Ma soprattutto, se veramente riduci queste maledette tasse e se per davvero affami questo Stato maledetto, la mia Italia vola. Io sono pronto a metterci la faccia. Se riduci le tasse e riduci la presenza dello Stato nell'economia e in generale nel Paese stesso,l 'Italia conoscerà un nuovo grande miracolo italiano. Da parte mia posso solo augurarmi che tu possa per davvero mantenere queste promesse. Viva l'Italia.